Bèrghem, 2 giugno 2006
Adesso fari
puntati sulla Devolution
E’
una riforma fondamentale per la Padania
Entriamo nel mese caldo del Referendum. Dopo
aver trattato la settimana scorsa i motivi del no al Referendum “farsa” per la
nuova sede dell’Accademia della Guardia di Finanza, a Grumello al Piano, la
scadenza di fine giugno, ci invita automaticamente a
fare un’eccezione, per questa rubrica; oggi, infatti, trattiamo un tema nazionale,
anziché, come tradizione, uno a livello locale: il referendum sulla devoluzione.
Una consultazione che
non deve assolutamente presa sottogamba, nonostante il 25 giugno non sia una
data molto indicata per andare ai seggi, visto che la “Devolution”
potrebbe rappresentare l’ancora di salvezza per le culture, le lingue e le
identità locali di tutti i popoli della penisola, in particolare quelli padani.
Proprio così, di fronte a fenomeni come
l’immigrazione massiccia, la globalizzazione, il mondialismo che stanno portando tutti all’omologazione
forzata e alla società multietnica, vergognosamente
sbandierata come una “risorsa per tutti i popoli”, a scapito, ovviamente, della
millenaria storia delle popolazioni autoctone, la devoluzione dei poteri alle
regioni costituisce una valida barriera di difesa per la tutela e la salvaguardia delle nostre tradizioni.
Con il passaggio delle competenze in materia
scolastica (ricordiamo che le altre materie devolute sono la sanità e la
polizia locale), infatti, sarà possibile prevedere, nell’ambito della quota di
programmi didattici spettatati, in modo autonomo, ad ogni singola regione,
l’insegnamento della storia e della cultura locale fin dalle scuole elementari.
Un concetto che sembra per molti quasi scontato, invece non è così ed è proprio
in questa direzione il passaggio fondamentale della devoluzione. L’obiettivo è
primario, è fatto di contenuti e di principi, è congenito nel rispetto di una
storia che è nostra ed è bagaglio culturale e morale impedibile.
Non si tratta solo di teorizzare, anzi: per rendere una società più vivibile, è
importante che questa non perda la propria identità, il proprio senso di
comunità e di appartenenza. Senza questi valori,
infatti, si va incontro alla disgregazione sociale e all’esasperato
individualismo, quindi è fondamentale salvaguardare le culture della nostra
terra prima che sia troppo tardi.
La nostra generazione ha una grandissima
responsabilità alla quale proprio il Referendum di fine giugno ci mette di
fronte: quella di tramandare ai posteri il patrimonio culturale, linguistico e
storico e le tradizioni millenarie che i nostri avi ci hanno trasmesso. Tutti
noi non possiamo permetterci di essere accusati di “genocidio culturale” dai
nostri figli, nipoti e pronipoti perché non siamo stati in grado, o peggio
ancora non abbiamo voluto, salvare le tradizioni della nostra gente
dall’estinzione. Così come noi, oggi, accusiamo chi, nel passato, ha distrutto
boschi e foreste, inquinato fiumi e laghi, eliminato
per sempre intere specie animali, un domani potrebbero accusarci di una colpa
ancora più grave: aver estirpato le radici del nostro popolo.
Coloro che contestano e
attaccano la Devolution, va detto in modo chiaro,
sono i primi nemici della cultura locale; sono i fautori della società multietnica e del diritto di cittadinanza per tutti; sono
quelli che disprezzano i dialetti e chi cerca di valorizzarli, perché chi parla
in bergamasco, milanese, veneto, piemontese, ligure,
solo per fare alcuni esempi, non è uno da salotto per così dire radical-chic.
La Devolution, è vero,
non è nè radical-chic, né
elitaria: è popolare e nello stesso tempo è moderna, è propria di chi rispetta
il passato, è vicina alla gente, è giusta e responsabile, perché offre la
possibilità di sviluppare al meglio le potenzialità di una regione rendendo i
suoi amministratori più responsabili e accorti nei riguardi dei propri
cittadini. Insomma, per dirla come piace a qualcuno, la Devolution
è rock, anzi molto rock.